L’aquila e la tartaruga

Dopo la pausa sanremese (la fanno tutti, pure i programmi con un ascolto altissimo, figuratevi se non la faceva Scrocknroll), tornano, eccezionalmente di lunedì, gli articoli per capirne un po’ di più riguardo al nostro corpo ed all’osteopatia.

Il titolo potrebbe trarre in inganno. Non è la favola di Esopo che ha una fine piuttosto tragica (alla fine dell’articolo, metterò un link per leggere che fine fa la tartaruga).

Oggi l’aquila e la tartaruga, esempio portato spesso da Paolo La Valle e Dario Vitale (rispettivamente docente e direttore dell’EOP, la scuola di osteopatia fondata da Alain Bernard) mi servono per sfatare un altro mito che avvolge da anni il mondo dell’osteopatia.

Ci sono due leggende metropolitane che si narrano: la prima è che l’osteopata ti tratta il collo se ti fa male il piede. La seconda è che se ti fa male il piede, l’osteopata deve guardarti, controllarti e trattarti solo il piede.

Sono, appunto, leggende metropolitane e le sfatiamo oggi con l’esempio della tartaruga e dell’aquila.

L’aquila vola in alto, molto in alto e da lassù può vedere tantissime cose: dove finisce una lunghissima strada, dove si trova la sorgente di un fiume, quanto è vasta una città. Ma non può vedere un filo d’erba, una crepa nel muro, un buco in una porta.

Al contrario, la tartaruga, che cammina piano piano e sta praticamente rasoterra, non saprà mai dove inizia e finisce quella strada che faticosamente percorre da ore e nemmeno quanto è grande la città che cerca di attraversare. Però vedrà attentamente i fili d’erba, le crepe nei muri e i buchi sulle porte.

Tartaruga e aquila sono complete? Perchè questi due esempi?

La tartaruga e l’aquila non sono complete: l’aquila può vedere il fiume nella sua interezza ma non potrà cogliere il particolare di quella ninfea che si trova in un’ansa. A sua volta, la tartaruga vedrà la ninfea ma non riuscirà a capire dove inizia e finisce il fiume.

In osteopatia è la stessa cosa. Troppo spesso si sono privilegiati approcci estremi e, con la stessa frequenza, questi approcci hanno fallito.

È giusto e sacrosanto valutare l’interezza del paziente che viene a studio da noi per un dolore al piede: quindi è giusta una anamnesi in cui ci appunteremo tutti i dati salienti che ci comunica. È giusto valutare la sua postura, il suo abito muscolare, le sue restrizioni. È necessario testare i grandi fulcri di moivmento.

Ma poi non possiamo fare solo le aquile e andare sui massimi sistemi senza essere stati tartarughe. Non possiamo andare direttamente alle vertebre cervicali senza aver analizzato in modo sistematico tutto quello che sta tra il piede e il collo.

Ci sono situazioni, ad esempio i traumi acuti, in cui si valuterà maggiormente il piede e meno il resto. Oppure ci saranno momenti in cui si farà il contrario: per esempio se il paziente ci riporta un dolore che ha una storia lunga di cronicità senza un evento acuto scatenante.

Per riuscire a spiegare al paziente il perchè per un dolore al piede trattiamo la cervicale, dobbiamo averlo chiaro dentro di noi!

Quindi, l’osteopata efficace è quello che sa essere una tartaruga volante. O un’aquila a quattro zampe!

 

Eccovi il link per leggere la favola di Esopo.

 

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