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Scrocknroll 1 – The Huffington Post 0

Scrocknroll ne aveva parlato a luglio dell’anno scorso…oggi ne parla anche l’Huffington Post.

Scrocchiarsi le articolazioni fa bene o male?

Qui trovate l’articolo dell’Huffington Post…invece a quest’altro link il mitico articolo di Scrocknroll!

L’importante è parlarne e sfatare i falsi miti e le leggende che circondano il nostro corpo!

Rimanete sintonizzati..visto che questo blog qualche volta stupisce e precede i blog titolati!

Il gioco di IPO e IPER

Se la volta scorsa parlavamo greco, oggi parliamo francese. Infatti le due parole di oggi le pronunciamo alla francese (con l’accento che cade sulla vocale finale, per capirci).

Per l’articolo di oggi, Scrocknroll ha chiesto aiuto a due persone: il primo è Dario Vitale, osteopata e direttore della scuola di osteopatia EOP fondata da Alain Bernard.

Il secondo è Francesco Betrò, fisioterapista e studente all’EOP.

Il gioco di IPO e IPER è il gioco dei compensi: è, per certi versi, la base del ragionamento osteopatico e mezierista.

È il motivo per cui si indaga una regione corporea e poi ci si sposta in altre zone legate alla primaria da relazioni anatomiche o funzionali.

Ma andiamo direttamente agli esempi!

Dario mi ha spiegato la questione in questo modo.

“Una coppia molto innamorata si sposa e i due, marito e moglie, sono d’accordo nel dividersi i compiti della gestione familiare. E lo fanno in modo molto equo. Con il tempo, il marito, sopraffatto dal tran tran quotidiano, si cala le braghe ed inizia a venir meno ai i suoi impegni, fino a non alzare più un dito in casa (questo è l’IPO). La moglie sempre più delusa ed arrabbiata, trova ogni pretesto per litigare (questo è l’IPER) finchè non decide bruscamente di cessare ogni attività sessuale (IPO di IPER). A questo punto la storia può avere diversi sviluppi, incluso il ricorso ad una terapia familiare che riduca il gioco dei compensi, ma se un bel giorno nel frattempo la moglie decide di darla all’idraulico (IPER di IPO) allora son dolori…”

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Francesco invece mi ha fatto un esempio molto più partenopeo.

“Immaginiamo che in un cantiere edile con dieci operai, otto si fermano (IPO). I due rimanenti “s’accirn ‘e fatic” (ossia “si ammazzano di fatica”) per portare avanti il lavoro in modo ottimale (IPER). Dopo settimane di fatica, i due operai che faticano al posto dei fannulloni smettono anche loro di faticare (IPO di IPER). La soluzione è fare in modo che almeno qualche fannullone si rimbocchi le maniche e cominci ad aiutare i due faticatori)

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…pigrizia…

E nel corpo umano? Cosa succede?

Prendiamo come esempio l’articolazione dell’anca: per un motivo strutturale (fibrosi dei tessuti molli, degenerazioni delle cartilagini) o funzionale (sedentairetà, ereditarietà, vizi posturali) l’articolazione lavora sempre meno. E questo è l’IPO.

Questo IPO obbligherà le vertebre lombari a farsi carico del compito svolto in precedenza dall’anca. Le vertebre, quindi, compenseranno, finchè possono, la flessione persa a livello dell’anca. Questo è l’IPER.

Alla lunga, o anche in breve tempo, le vertebre lombari (IPER) perderanno mobilità, per motivi legati sia al dolore (una zona che lavora in modo non appropriato può generare dolore) che legati a modificazioni strutturali (sempre per lo stesso motivo di prima). A questo punto si scatenerà quello che in osteopatia viene definito IPO di IPER.

Spesso accade che la perdità di mobilità si localizzi nella stessa articolazione che ha generato una IPO, ma su un altro piano di movimento.

L’esempio più classico è quello del ginocchio.

Il ginocchio ha una mobilità su tre piani: flessione-estensione, rotazione interna-esterna della tibia, scivolamento laterale. Se nel tempo perde la mobilità in flessione, cercherà di compensare in qualunque modo, anche affidandosi a movimenti accessori.

Per questo motivo, un ginocchio artrosico e silente da molto tempo potrà sviluppare in modo acuto un dolore da un giorno all’altro.

Tutto questo lunghissimo discorso (spero che non sia stato noioso) ci riporta pesantemente a quello che è il ragionamento osteopatico.

Nell’effettuare la sua diagnosi, attraverso anamnesi, osservazione e test, l’osteopata cerca di individuare le zone IPO e le zone IPER.

Individuata, per esempio, la zona IPO nell’articolazione dell’anca, l’osteopata lavorerà in modo da “far ricordare” a quella articolazione che il suo scopo è quello di flettere ed estendere.

Questo “ricordo” verrà poi mantenuto e rinforzato da un lavoro propriocettivo come quello ideato da Francoise Mezieres.

Infatti, la semplice mobilizzazione non rende conscia l’articolazione del suo ruolo nello schema meccanico del corpo.

In questo modo, il trattamento avrà una efficacia notevole: riportando in movimento l’articolazione IPO, le altre in IPER verranno alleggerite dal sovraccarico funzionale e si potrà instaurare nuovamente un circolo virtuoso che permetterà al corpo di assolvere i suoi compiti senza problemi!

L’aquila e la tartaruga

Dopo la pausa sanremese (la fanno tutti, pure i programmi con un ascolto altissimo, figuratevi se non la faceva Scrocknroll), tornano, eccezionalmente di lunedì, gli articoli per capirne un po’ di più riguardo al nostro corpo ed all’osteopatia.

Il titolo potrebbe trarre in inganno. Non è la favola di Esopo che ha una fine piuttosto tragica (alla fine dell’articolo, metterò un link per leggere che fine fa la tartaruga).

Oggi l’aquila e la tartaruga, esempio portato spesso da Paolo La Valle e Dario Vitale (rispettivamente docente e direttore dell’EOP, la scuola di osteopatia fondata da Alain Bernard) mi servono per sfatare un altro mito che avvolge da anni il mondo dell’osteopatia.

Ci sono due leggende metropolitane che si narrano: la prima è che l’osteopata ti tratta il collo se ti fa male il piede. La seconda è che se ti fa male il piede, l’osteopata deve guardarti, controllarti e trattarti solo il piede.

Sono, appunto, leggende metropolitane e le sfatiamo oggi con l’esempio della tartaruga e dell’aquila.

L’aquila vola in alto, molto in alto e da lassù può vedere tantissime cose: dove finisce una lunghissima strada, dove si trova la sorgente di un fiume, quanto è vasta una città. Ma non può vedere un filo d’erba, una crepa nel muro, un buco in una porta.

Al contrario, la tartaruga, che cammina piano piano e sta praticamente rasoterra, non saprà mai dove inizia e finisce quella strada che faticosamente percorre da ore e nemmeno quanto è grande la città che cerca di attraversare. Però vedrà attentamente i fili d’erba, le crepe nei muri e i buchi sulle porte.

Tartaruga e aquila sono complete? Perchè questi due esempi?

La tartaruga e l’aquila non sono complete: l’aquila può vedere il fiume nella sua interezza ma non potrà cogliere il particolare di quella ninfea che si trova in un’ansa. A sua volta, la tartaruga vedrà la ninfea ma non riuscirà a capire dove inizia e finisce il fiume.

In osteopatia è la stessa cosa. Troppo spesso si sono privilegiati approcci estremi e, con la stessa frequenza, questi approcci hanno fallito.

È giusto e sacrosanto valutare l’interezza del paziente che viene a studio da noi per un dolore al piede: quindi è giusta una anamnesi in cui ci appunteremo tutti i dati salienti che ci comunica. È giusto valutare la sua postura, il suo abito muscolare, le sue restrizioni. È necessario testare i grandi fulcri di moivmento.

Ma poi non possiamo fare solo le aquile e andare sui massimi sistemi senza essere stati tartarughe. Non possiamo andare direttamente alle vertebre cervicali senza aver analizzato in modo sistematico tutto quello che sta tra il piede e il collo.

Ci sono situazioni, ad esempio i traumi acuti, in cui si valuterà maggiormente il piede e meno il resto. Oppure ci saranno momenti in cui si farà il contrario: per esempio se il paziente ci riporta un dolore che ha una storia lunga di cronicità senza un evento acuto scatenante.

Per riuscire a spiegare al paziente il perchè per un dolore al piede trattiamo la cervicale, dobbiamo averlo chiaro dentro di noi!

Quindi, l’osteopata efficace è quello che sa essere una tartaruga volante. O un’aquila a quattro zampe!

 

Eccovi il link per leggere la favola di Esopo.

 

Le radici profonde non gelano

Il titolo di oggi è una citazione di quel geniaccio che è stato J.R.R. Tolkien.

È una frase contenuta in una poesia che Bilbo Baggins, protagonista delle opere di Tolkien, compone riguardo Aragorn. Ma non ci addentriamo nell’universo del Signore degli Anelli.

Questa frase l’ho scelta perchè, in fisioterapia, la postura viene studiata agli inizi del ciclo di studi e poi viene messa in un cassetto e lasciata lì. Si utilizzano tecniche che hanno grandi risultati momentanei e che fanno fare “bella figura” a chi le propone…ma dopo due settimane di vita sedentaria o di posture sbagliate, il dolore torna come prima.

Per questo motivo, voglio proporvi un bellissimo articolo pubblicato oggi sul sito dell’EOP: si intitola “La postura è passata di moda?”

Qui trovate il link all’articolo

Possiamo davvero immaginare un trattamento osteopatico senza legarlo indissolubilmente alla postura?

A cosa serve un approccio che immagina il corpo del paziente come se fosse sospeso in un universo senza gravità e senza stimoli posturali?

Leggetelo attentamente e domandatevi se le radici profonde servono oppure no!

 

Un saluto da Scrocknroll!

Modestamente, ho della carne che pare viva pe’ quant’è tenera!

Oggi apriamo parafrasando una frase di un capolavoro del cinema italiano degli anni ’70: “Febbre da cavallo”.

E apriamo così perchè parleremo del muscolo psoas: il grande colpevole che finisce sempre sul banco degli imputati ogni volta che si parla di mal di schiena.

Ma cosa c’entra la macelleria con il muscolo psoas?

E soprattutto: perchè ne parliamo in un blog di osteopatia?

Partiamo dall’inizio: ossia dal filetto, la carne più tenera e richiesta.

Nel bovino, il taglio di carne chiamato “filetto” interessa il muscolo grande psoas anteriore fino alla vertebra lombare, vicino al rene. La carne in questione è particolarmente tenera perchè, nei quadrupedi, questo muscolo è poco utilizzato.

Ecco una foto per capire dove sta il filetto

 

Parti_e_tagli_di_carne_dei_bovini

 

E nell’uomo? Dove sta lo psoas? Che movimenti fa? E perchè è il “colpevole” quando si parla di dolori di schiena?

Lo psoas è un muscolo che origina dalle vertebre lombari (dalla prima alla quarta). Si inserisce sui corpi vertebrali, sulle apofisi trasverse e sui dischi intervertebrali.

Scende verso il basso, passa sotto il legamento inguinale e si inserisce sul piccolo trocantere (sporgenza ossea della parte alta del femore).

Eccolo qui…

 

PsoasBackPull

Didatticamente, lo psoas ha una doppia funzione: se fa punto fisso sulle vertebre, flette la coscia sull’addome. Se, invece, fa punto fisso sulla coscia flette anteriormente, inclina lateralmente e ruota le vertebre lombari.

In realtà lo psoas fa molte altre cose:

– mantiene in buoni rapporti colonna ed arti inferiori

– al suo interno, decorrono alcuni nervi del plesso lombare, per cui influenza anche alcuni rami nervosi

– funge da “binario” per il rene che, sotto la spinta del movimento diaframmatico, percorre un movimento alto-basso

Ma perchè nel bovino lo psoas è tenerissimo ed invece nell’uomo è uno dei muscoli più contratti e più sottoposti a trattamento?

Il bovino passa la sua esistenza a quattro zampe: al massimo si sdraia. In queste posizioni, lo psoas è quasi sempre rilassato. Anche se dovesse muovere l’articolazione del femore, l’escursione articolare è talmente ridotta che non ha possibilità di essere posto sotto stress.

L’essere umano, invece, 2 milioni di anni fa ha deciso di passare alla posizione eretta. Si sta più comodi, si vede l’orizzonte, si usano le mani e si espone meno superficie corporea al sole cocente della Rift Valley. Inoltre, ci si difende meglio e si va più veloci.

Però.

La posizione eretta ha cambiato rapidamente la funzione dello psoas: da muscolo utilizzato in una deambulazione quadrupede a motore principale della deambulazione bipede.

Quando mi riferisco a milioni di anni fa e dico “rapidamente” mi rendo conto che può sembrare una esagerazione: in realtà, l’evoluzione umana va molto lenta.

Cosa accade quindi al muscolo psoas?

È un muscolo che fa una faticaccia continua, avendo inserzione ed origine su dei segmenti che necessitano continuamente di un compromesso tra stabilità e movimento. Nella deambulazione, ad esempio, lo psoas deve stabilizzare la colonna lombare e permetterne la funzione di ammortizzazione. Contemporaneamente, deve far progredire l’arto inferiore ad ogni passo.

Volete un esempio? Prendete il cintino della serranda e ditegli:”Cintino! Facciamo così: la tua porzione superiore alza la serranda, ma la tua porzione inferiore sta ferma. Ok?”

Il cintino, magicamente munito di parola, vi manderà a quel paese.

Lo psoas non ci manda a quel paese ma, se non lavora nelle condizioni ottimali, inizia a delegare compiti ai vicini di casa. E i vicini di casa dello psoas, che sono molto suscettibili, sono le vertebre, il pube, il femore, l’articolazione sacroiliaca.

Aspettiamoci quindi risentimenti come la lombalgia, i dolori dell’articolazione del femore, alcune forme di pubalgia

E allora? Che suggerisce oggi Scrocknroll?

Lo psoas non ha bisogno di ore ed ore di stretching. E nemmeno di potenziamenti fatti con quintali di pesi e manubri.

Lo psoas che funziona male va rieducato. E lo si rieduca con un approccio alla postura sia statica che dinamica.

Ad esempio, è utile insegnare allo psoas come lavorare in modo armonico e soprattutto è necessario educare gli altri muscoli che si occupano di quella regione a lavorare armonicamente.

Per capire meglio, Francoise Mezieres, la fisioterapista francese che ideò il rivoluzionario approccio alla ginnastica posturale, diceva che ” si ha una buona schiena quando si hanno buoni quadricipiti”.

Inoltre, se immaginiamo il bacino e gli arti inferiori come un portico, capiamo immediatamente come un buon funzionamento delle colonne del portico (gli arti inferiori) influenzano in modo sostanziale la tenuta della trave longitudinale (il bacino)

Continuate a gustarvi il filetto alla brace, ma ricordate che una rieducazione posturale adeguata ed un trattamento osteopatico possono rendere migliore anche il VOSTRO psoas e non solo quello del bovino!