Ieri ho fatto il vaccino.

Ieri ho fatto il vaccino. Per la precisione, la prima dose di AstraZeneca.

Alla fine l’ho fatto grazie al mio medico di base che, aderendo alla campagna vaccinalee avendo ricevuto la mia adesione, mi ha inserito, in quanto suo paziente, nella sua lista. Prima di giudicare o di far partire la shitstorm, cliccate su questo link dove trovate, almeno per la Regione Lazio, la spiegazione di come il medico di famiglia possa effettuare il vaccino e chi sono i beneficiari.

Ieri ho fatto il vaccino.

In un mese e mezzo…

– ho contattato per un mese la ASL RM2->zero risultati

– ho contattato l’URP della Regione Lazio->la risposta è stata “contatti il suo ordine professionale”

– ho contattato il mio ordine professionale->la risposta è stata “abbiamo inviato gli elenchi alle ASL. Contatti loro”

– ho scritto a giornali e giornalisti (Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera)>nessuna risposta. Manco un predefinito “grazie della sua mail, le faremo sapere noi”

– insieme a migliaia di colleghi e colleghe ho ri-scritto a giornali e giornalisti->ci hanno dedicato tre righe nella cronaca di Roma e basta

– sempre con i colleghi e le colleghe (specifico “colleghe” perchè nell’ambito sanitario la componente femminile è molto presente, ma evidentemente nel mondo delle lotte femministe conta altro) abbiamo scritto a redazioni di trasmissioni tv->zero risposte

Ieri ho fatto il vaccino.

Pur essendo un operatore sanitario, ho ricevuto il vaccino al di fuori della mia categoria professionale.

L’ho ricevuto come cittadino e come paziente di un medico di famiglia.

Nel piano strategico pubblicato a dicembre dello scorso anno, gli operatori sanitari erano tra le categorie prioritarie.

Ma, chissà per quale strano meccanismo, ci sono stati operatori di serie A (che a fine gennaio avevano già completato l’iter vaccinale) e operatori di serie B (costretti a bussare, inutilmente, a porte chiuse)

Eppure, tra gli operatori sanitari senza vaccino, ci sono dentisti, tecnici di laboratorio, psicologi e psicoterapeuti…

Tutti e tutte esclusi forse perchè non abbiamo il collega influencer o la collega che posta la foto strappalacrime.

Ieri ho fatto il vaccino.

Fino a ieri ho continuato a lavorare andando dai miei pazienti a domicilio. Usando mezzi pubblici pieni ben oltre il 50% millantato da amministrazioni locali e nazionali.

Ho comprato (e continuo a comprare) DPI pagandoli di tasca mia. E assicurandomi che fossero DPI certificati e autorizzati e validati (a differenza di decine di parafarmacie che vendono mascherine FFP2 che, però, recano la scritta “NON PER USO MEDICO”).

Ho lavorato rischiando e, allo stesso tempo, confidando che prima o poi lo stato si ricordasse che “operatore sanitario” comprende TUTTI E TUTTE e non solo medici ed infermieri.

E invece, la regione Lazio (che ovunque viene presa ad esempio come virtuosa) ha preso un granchio gigantesco.

Ieri ho fatto il vaccino.

Da tutte le parti si alzano cori che glorificano la Regione Lazio: indubbiamente il Lazio ha dei numeri migliori rispetto ad altre regioni..ma ricorda tanto l’adagio “nel paese dei ciechi, l’orbo diventa sindaco”. È facile dire che il Lazio va alla grande se intorno ci sta il disastro.

Per esperienza personale, ho visto che in un ospedale romano di media grandezza il ritmo vaccinale è di 6/8 persone ogni 25/30 minuti. Che, a occhio e croce, fa 160/180 persone al giorno. Di questo passo, la vaccinazione della maggioranza degli italiani arriverà chissà quando.

Ieri ho fatto il vaccino.

E quindi…ieri ho fatto il vaccino, ma mi sento comunque triste.

Triste perchè vivo in un paese che non è in grado di riconoscere professionalità e competenze.

Triste perchè non c’è stato un giornale nè un giornalista interessato a farsi da portavoce dei diritti di una categoria decisamente numerosa.

Triste perchè, in questi mesi, le persone vicino a me non riuscivano a capire quale fosse la difficoltà. E quando spiegavo la situazione, si finiva sempre con un “dai che prima o poi chiamano anche te”.

Una frase che fa solo arrabbiare.

La lunga strada verso la vaccinazione di un fisioterapista…

Fisioterapista: questa è la professione che ho scelto 25 anni fa. Anzi, 28 anni fa se consideriamo i tre anni di corso.

Una professione, un mestiere, una missione. Ogni collega dice la sua.

Per me è una professione (per la quale si studia) ed un mestiere (che si impara giorno per giorno).

Da tre anni esiste finalmente l’albo e l’ordine delle professioni sanitarie: tra di queste ci sta il fisioterapista.

Da un anno, invece, ci sta il Covid19, che ha diviso gli operatori sanitari in serie A e serie B.

In serie A ci giocano infermieri e medici.

In serie B il resto del mondo.

Ora, a livello contrattuale e di immagine, immaginate la serie A come il Brasile di Zico, Falcao, Cerezo, Socrates.

Ora immaginate la serie B come la Sambenedettese (con tutto il rispetto per i tifosi e i giocatori di questa squadra)

E immaginate una partita di calcio Brasile-Sambenedettese.

Vaccinazione di serie A e di serie B

La serie A della sanità italiana è stata vaccinata a tempo di record. Gli operatori sanitari di ospedali come il Policlinico Agostino Gemelli di Roma hanno ricevuto prima e seconda dose di Pfizer-Biontech nel mese di gennaio.

Anche moltissimi ospedali pubblici italiani hanno provveduto a vaccinare il proprio personale in tempi rapidissimi.

Poi ci si è ricordati che esisteva anche la serie B: fisioterapisti, logopedisti, tecnici ortopedici, ortottisti.

L’elenco della serie B della sanità è lunghissimo ma non infinito.

Infatti, a metà gennaio è arrivata una email dall’ordine professionale.

Organizzare la vaccinazione: una breve cronologia

A metà gennaio 2021, l’ordine professionale (che in realtà si chiama Federazione nazionale Ordini Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e delle Professioni Sanitarie Tecniche Riabilitative e della Prevenzione) invia a tutti gli iscritti un modulo per avere una pre-adesione riguardo la vaccinazione contro il covid19.

Poi il silenzio…

Trascorre gennaio, passa febbraio.

Nel silenzio più totale. Nel frattempo, colleghi ospedalieri continuano a ricevere Pfizer-Biontech senza alcun problema di approvvigionamento.

Il 1 marzo, l’ordine riceve una risposta da parte dell’assessorato alla sanità della Regione Lazio (vi sto parlando della situazione nel Lazio). Vengono individuate tre/quattro date nelle quali vaccinare in blocco tutti gli operatori sanitari in regime di libera professione. Parliamo di numeri del tipo 1500/2000 vaccinazioni in un giorno.

CHIARAMENTE IL COMUNICATO DELLA REGIONE LAZIO HA UNA PREMESSA…

SALVO DISPONIBILITÀ DEI VACCINI

La comunicazione? “Vi arriverà un sms”.

Ok. Aspettiamo.

La vaccinazione nella regione Lazio: le ultime news

Tra il 1 marzo ed oggi vengono vaccinati pochissimi professionisti.

Molti di più sono i disservizi.

Persone che ricevono due cambi di appuntamento e poi un laconico “al momento il suo appuntamento è sospeso. Le faremo sapere noi”

Persone alle quali viene proposto, dalla cooperativa in cui lavora, una sorta di “mi manda Picone”: ovvero, presentarsi in un determinato hub vaccinale e dire “lavoro per conto di XYZ”

Persone, come me e come moltissimi altri, che proprio non ricevono sms. Nè mail. Nè piccioni viaggiatori.

Nel frattempo, Regione e ASL fanno a gara a palleggiare le responsabilità.

Stamattina (15 marzo 2021) l’ordine ci comunica che, delle tre date previste (21-28 marzo e 4 aprile), resta valida solo il 21 marzo.

Vaccinazione, oh mia cara!

Poche ore fa, l’AIFA sospende le vaccinazioni con Astra-Zeneca.

Indovinate che vaccino era stato proposto per i professionisti sanitari’

BINGO! Proprio lui: Astra-Zeneca.

Quindi ora è tutto fermo, sospeso, congelato. Proprio come le fiale di Pfizer-Biontech.

Smart working e dolori muscoloscheletrici

La pandemia di COVID-19 ha portato nel mondo del lavoro un aumento esponenziale del cosiddetto “smart working”.

“lavoro agile”, “telelavoro” ed altri sinonimi. Ma il senso è lo stesso: lavorare da casa.

I pro e i contro sono molti, ma vorrei soffermarmi su tutte quelle sintomatologie dolorose di muscoli e articolazioni.

Smart working e dolori muscoloscheletrici: partiamo dall’inizio

La maggior parte dei dolori muscoloscheletrici di chi lavora in ufficio (o davanti ad un computer) sono legati alla postura.

Mouse troppo lontano o troppo vicino, monitor in alto o in basso, tastiera sulle ginocchia o sulla scrivania: i motivi per i quali la postura davanti al computer influenza i nostri dolori sono tanti.

Vediamo, ad esempio, come l’uso del mouse può essere la causa di dolori al collo e alla spalla.

Smart working e dolori muscoloscheletrici: il mouse.

Partiamo subito con due immagini.

Concentriamoci sulla posizione del mouse e sulla spalla.

Nella prima foto, la mano tiene il mouse mentre il polso e l’avambraccio sono completamente fuori dalla scrivania.

Nella seconda foto, mano, polso e avambraccio poggiano sulla scrivania

Qual è la differenza tra le due foto?

Immaginiamo una marionetta.

E immaginiamo che:

  • il telaio al quale sono legati i fili sia la spalla
  • i fili siano tendini, muscoli, legamenti e articolazioni
  • la marionetta sia il nostro arto superiore

Se la marionetta poggia con i piedi per terra, lo sforzo necessario per farla muovere sarà minimo.

Se, al contrario, la marionetta è sospesa da terra, lo sforzo necessario per tenerla in movimento sarà elevato.

Smart working e dolori muscoloscheletrici: la periartite scapolo-omerale e la cervicalgia.

Se riportiamo l’esempio della marionetta alla nostra immagine iniziale, capiamo quanto sia faticoso per la spalla e per il collo mantenere in sospensione braccio, gomito, avambraccio e polso.

Se poi immaginiamo questa tensione protratta per tutto il tempo necessario a svolgere una sessione di lavoro davanti al computer…possiamo capire facilmente come mai la periartrite scapolo-omerale sia una delle situazioni dolorose più frequenti in persone che lavorano utilizzando lo smart working.

Per le foto ringrazio la dott.ssa Alessandra Mezzasalma.

Cosa abbiamo imparato dal coronavirus.

Sono passati quasi 5 mesi da quando fu istituito il lockdown nazionale per contrastare la diffusione del coronavirus.

Eppure, dopo un iniziale momento in cui sembrava che tutti avessimo capito il valore di determinate misure, oggi tutto sembra dimenticato e passato “di moda”.

Per un momento facciamo finta di aver imparto qualcosa e analizziamo tutto ciò.

L’igiene delle mani

Una delle cose che abbiamo imparato (ma che in realtà ci veniva ripetuta almeno 3 volte al giorno da nonni e genitori) è l’importanza dell’igiene delle mani.

imparato dal coronavirus

In pochi giorni, ogni tipo di disinfettante per le mani è andato a ruba…quando in realtà basta lavarsi in modo adeguato le mani. (il disinfettante resta utile in quelle situazioni quando non è possibile lavarsi le mani).

Ma quando vanno lavate/disinfettate le mani?

È semplice: non appena usciamo da situazioni “di rischio”.

Infatti è inutile disinfettarsi le mani scendendo dal bus e salendo sulla metro…sarebbe più utile eseguire la pulizia delle mani DOPO aver terminato il proprio viaggio sui mezzi pubblici.

Togliersi le scarpe quando si entra in casa.

In nord Europa ed in oriente (sia vicino che estremo) lo fanno da sempre.

imparato dal coronavirus

Le scarpe si tolgono quando si entra in casa. Punto.

Da noi in Italia siamo ancora resistenti…nonostante i nostri marciapiedi siano costellati di spazzatura ed altro.

Evitare di andarsene in giro se si sta male.

Non entrerò nel discorso di chi ha o meno tutele per malattia…

Però sarebbe buona norma, se si ha una malattia respiratoria acuta, restarsene a casa.

imparato dal coronavirus

Indossare la mascherina.

Nodo importante: cosa abbiamo imparato dal coronavirus se pensiamo di essere un rischio per gli altri o se pensiamo di trovarci in situazioni di rischio?

Indossare la mascherina.

La cosa è semplice:

  • siamo raffreddati o abbiamo la tosse ma dobbiamo andare comunque a lavorare? Indossiamo la mascherina
  • usiamo i mezzi pubblici affollati in periodi in cui ci sono in giro influenze e raffreddori? Indossiamo la mascherina
  • andiamo a far visita a parenti o amici che, per motivi vari, non possono indossare la mascherina e rischiano di contrarre malattie respiratorie? Indossiamo la mascherina
imparato dal coronavirus

E quindi?

Ricordiamoci che la pandemia di coronavirus è stata ed è tuttora tremenda. Ma ricordiamoci pure che, anche senza coronavirus, indossare una mascherina se si è raffreddati o lavarsi le mani bene appena rientrati in casa ci preserva da numerose altre malattie!

COMUNICAZIONI IMPORTANTI RIGUARDANTI LA RIABILITAZIONE E L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Il 12 marzo 2020, l’ordine professionale dei fisioterapisti e l’AIFI (associazione italiana fisioterapisti) hanno pubblicato un documento che comunica, in assenza di specifiche indicazioni da parte delle autorità competenti, delle regole da seguire.

Qui trovate il pdf originale.

Qui di seguito vi riporto le indicazioni fornite a noi fisioterapisti.

  • SOSPENDERE tutti i trattamenti di fisioterapia in presenza per tutto il periodo identificato dal DPCM 11/3/2020. Da questa disposizione sono esclusi la fisioterapia respiratoria nei setting di ricovero e le rieducazioni negli esiti recenti di interventi chirurgici, nei traumi con fratture e la fase immediatamente post acuta di patologie invalidanti cardiache e neurologiche (infarto, ictus, ecc) (con opportuni dispositivi di protezione individuale a causa della impossibilità di mantenere distanza inferiore di 1,5 metri)
  • TRASFORMARE in MODALITÀ A DISTANZA TUTTO CIÒ CHE È POSSIBILE come, a titolo di esempio, consulenze telefoniche o via webcam per disfunzioni di vario genere o monitoraggio di percorsi già avviati con esercizi che possono temporaneamente essere autogestiti dal paziente o dal care-giver
  • tra 2 settimane RIVALUTARE la possibilità, in relazione dell’evoluzione del quadro epidemiologico, la possibilità di reintrodurre alcune situazioni di contatto (con opportuni dispositivi a causa della distanza inferiore di 1,5 metri) solo in situazioni che richiedano urgente e indifferibile contatto e che potrebbero evolvere negativamente per ipomobilità, non uso appreso, disfunzioni respiratorie nonché per i fattori contestuali

COSA CAMBIA PRATICAMENTE NELLA RIABILITAZIONE CON L’EMERGENZA CORONAVIRUS

La riabilitazione prosegue (con opportuno uso di DPI e di sistemi di prevenzione) SOLO IN CASI DI

  • PZ RICOVERATI
  • TRAUMI CON FRATTURE
  • POST ACUZIE DI PATOLOGIE INVALIDANTI CARDIACHE E NEUROLOGICHE (ICTUS, INFARTO…)

Tutto il resto è da considerare non di primaria importanza.

Si cercherà di mantenere un contatto con i pazienti.

Dopo il 3 aprile 2020, si valuterà l’evoluzione della situazione nazionale per una eventuale ripresa dei trattamenti delle patologie e dei pazienti domiciliari o che rientrano in tutte le categorie non menzionate poco sopra

Coronavirus e mascherine: facciamo il punto.

L’argomento di oggi è stato suggerito dalla fila fatta per comprare alcune cose in un negozio di alimentari.

C’erano più mascherine che al carnevale di Venezia…eppure molti erano gli errori!

Coronavirus e mascherine: come funzionano?

La mascherina è, in gergo tecnico, un DPI: Dispositivo di Protezione Individuale.

Ovvero: serve a proteggersi e a proteggere.

Proteggere gli altri e proteggere noi stessi è la prerogativa tecnica delle mascherine per naso e bocca.

Nella direzione verso l’esterno, la mascherina impedisce che eventuali agenti patogeni presenti nel nostro apparato respiratorio vadano in giro verso gli altri.

Nella direzione verso l’interno, la mascherina evita (o perlomeno riduce al minimo) l’ingresso di patogeni verso il nostro apparato respiratorio.

Coronavirus e mascherine: paragoniamole a dei preservativi.

Le mascherine, per essere efficaci, vanno inserite all’interno di una routine ben precisa.

Un po’ come i preservativi.

In pratica funziona così:

  • sono, molto spesso, dei presidi usa e getta: usare la stessa per 3/4 giorni di fila non è molto igienico
  • tenerle sul collo, solo sulla bocca o solo sul naso, tirarle su e giù 20 volte al minuto non garantisce una protezione adeguata
  • mai in tasca o in borsa: se devono essere sterili, tenerle a contatto di chiavi, monete, fazzoletti usati non è il massimo
  • proteggono se sono prodotte in modo adeguato: sciarpe, foulard ed altri surrogati non sono utili nè protettivi
  • sono (o dovrebbero essere) dei dispositivi INDIVIDUALI: usare la stessa mascherina per 6 giorni passandola tra parenti o amici non è il massimo. Anzi: è proprio il peggior comportamento!

Immaginiamo, per portare avanti il nostro esempio di usare il preservativo così come usiamo la mascherina…

Coronavirus, mascherine e preservativi: immaginiamo…

Immaginiamo di usare lo stesso preservativo per 3/4 giorni.

Togliamolo 5/6 volte durante il rapporto sessuale.

Teniamo un preservativo, fuori della sua confezione sigillata, nela tasca del cappotto con le chiavi e le monete.

Usiamo, come preservativo, un sacchetto di plastica, una busta del pane, della pellicola per alimenti.

Condividiamo lo stesso preservativo usato dal nostro amico.

Visto così, l’uso della mascherina fa rabbrividire…vero?

Coronavirus e mascherine: usiamo il buonsenso

Indubbiamente la mascherina giusta, usata nel modo giusto, protegge in modo ottimale dagli agenti patogeni (tra tutti, il coronavirus).

Però il buonsenso ci dice anche che, se dobbiamo uscire per comprare un litro di latte o per gettare la spazzatura, forse basta attenersi alla distanza di sicurezza ed evitare contatti ravvicinati!

Qui trovate le informazioni ufficiali del sito del ministero della salute.

Chi ha diritto al vaccino?

Già. Chi ha diritto ad essere vaccinato per primo?

Il piano vaccinale attuale ha poche luci e molte ombre.

Vediamolo insieme.

Chi ha diritto al vaccino?

Inizialmente si era partiti, in modo corretto e preciso, con gli operatori sanitari: medici, infermieri, fisioterapisti…

Insomma, tutte quelle figure che:

  • sono, teoricamente, a contatto con il virus durante l’intera giornata lavorativa
  • devono, obbligatoriamente, “rompere” la regola del distanziamento (è difficile medicare o riabilitare un paziente a 2 metri di distanza)

Fin qui tutto bene. Anzi: tutto perfetto.

Poi si sono aggiunte categorie che difficilmente mi riesco a spiegare.

Il vaccino agli insegnanti

D’un tratto sono entrati in modo massiccio nel piano vaccinale della fase 1 gli insegnanti di ogni ordine e grado.

Quindi le elementari, i licei…le università.

Le università?!? Ma non fanno didattica a distanza da un anno?

Infatti. Gli atenei da un anno hanno adottato la didattica a distanza e, rispetto a molte altre categorie di insegnamento, possono applicare in modo eccellente il distanziamento (salvo alcune eccezioni, dubito ci siano lezioni universitarie con 25/30 studenti in un’aula simile a quella dei licei).

I licei. Già proprio loro. Gli insegnanti dei licei hanno in dotazione mascherine, visiere, divisori in plexiglas. Stanno su di una catterda a 2/3 metri dalla prima fila e molte classi hannno una presenza ridotta.

Però vacciniamo anche loro.

I grandi esclusi dal vaccino

Campioni di serie A e campioni di serie B.

Per mesi medici e infermieri sono stati i Ronaldo della sanità: campioni, eroi, supereroi.

Osannati da chiunque (anche dallo street artist Banksy), portati in palmo di mano da politici, giornalisti e conduttori tv.

Nel frattempo, c’erano i campioni di serie B (ma forse anche serie C…) che continuavano a lavorare.

I fisioterapisti nei reparti di riabilitazione respiratoria, i logopedisti, gli altri colleghi e colleghe che lavorano nei reparti di post-acuzie.

Campioni di serie B. Talmente di seconda fascia che la maggior parte di quelli con partita IVA sono a tutt’oggi esclusi dalla vaccinazione.

Chi ha diritto al vaccino? Lo strano caso degli operatori sanitari con partita IVA

A metà gennaio 2021, l’ordine professionale che raggruppa tutte le professioni sanitarie (esclusi gli infermieri che hanno da decenni un loro ordine) ha raccolto le adesioni alla campagna vaccinale.

Le ha trasmesse alle Regioni…che le hanno trasmesse alle ASL.

Poi il buco nero.

Pochi sparuti colleghi hanno avuto la fortuna di essere chiamati per la prima dose (senza alcun criterio, nè geografico nè di età).

Per tutti gli altri (parliamo di centinaia di professionisti) gli hub vaccinali sono come il gatto di Schrödinger: aperti e chiusi allo stesso tempo.

Aperti perchè le ASL hanno gli elenchi dei nomi.

Chiusi perchè non sono stati ancora contattati.

Chi ha diritto al vaccino? Considerazioni

Ad oggi io, fisioterapista con partita IVA, attendo ancora una chiamata o un sms dalla ASL RM2.

Nel frattempo continuo ad andare dai miei pazienti (molti dei quali, essendo ultraottantenni, sono già vaccinati), prendendo autobus, metro e tram pieni ben oltre il fantomatico 50% teorico.

Continuo a comprarmi da solo mascherine, guanti e disinfettante.

Continuo a rischiare quotidianamente.

Un criterio valido? Ve lo scrivo io: vaccinare per prime tutte quelle categorie che non possono ottemperare in modo ottimale alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità.

Perchè se vacciniamo un docente universitario che sta in aula a 4/5 metri dalla prima fila di studenti…allora prima di lui tocca allo sportellista dell’ufficio postale, all’impiegato che sta all’ingresso di un ufficio pubblico, all’operatore che sta alla cassa di un museo.

Dolori vertebrali e smart working

La settimana scorsa abbiamo affrontato la correlazione tra smart working (e più in generale il lavoro davanti ad un pc) e la periartite scapolo-omerale.

Oggi parliamo invece delle sintomatologie dolorose della colonna vertebrale legate allo smart working.

Smart working e dolori vertebrali

Innanzitutto diciamo che nella grande “famiglia” dei dolori vertebrali possiamo inserire cervicalgie, dorsaglie, lombalgie e dolori delle articolazioni sacroiliache.

Ma da cosa nascono i dolori vertebrali?

Prendiamo un esempio che spesso viene usato durante i corsi della metodica McKenzie.

Ipotizziamo di avere delle dita e delle mani sane e senza alcun tipo di dolore articolare e facciamo l’esercizio illustrato in questa immagine

dolori vertebrali

Se manteniamo questa posizione per qualche secondo, potremmo avvertire una tensione. Questa è dovuta dall’allungamento di tendini, muscoli e capsula articolare.

Riportiamo il dito in posizione di riposo e tutto tornerà come prima.

Se, al contrario, manteniamo questa posizione per 5/6 minuti, cominceremo ad avvertire fastidio e, forse, anche dolore.

Per quale motivo?

Smart working e dolori vertebrali

Il dito ci farà male non perchè sia malato o malfunzionante ma semplicemente perchè abbiamo mantenuto per troppo tempo una posizione estrema o sbagliata.

Ecco: quando stiamo davanti al pc ( sia in ufficio che in casa) avviene la stessa cosa.

Le nostre vertebre sono allenate a mantenere posizioni errate per un determinato lasso di tempo. Oltre il quale avvengono modificazioni della postura per compensare i dolori.

Se fate una breve ricerca sui motori di ricerca, troverete numerose immagini che spiegano molto bene quale sia la posizione ideale da mantenere davanti ad un monitor.

Tutto ciò si complica con lo smart working: in casa, infatti, non sempre è possibile regolare l’altezza di monitor, sedia, tastiera e scrivania.

Un consiglio?

Inserire nella routine lavorativa quotidiana una serie di pause (bastano anche solo 5 minuti) per interrompere le posizioni sbagliate!